Parrocchia dei Santi Martino e Gaudenzio

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La fede dei piccoli: una responsabilità comune

Per tutta la durata delle elementari ho continuato a frequentare la chiesa insieme a mia madre. All’inizio, avevo obbedito a quel rito con totale fiducia ma, con il tempo, quella stessa fiducia aveva iniziato a sfilacciarsi, a stemperarsi in un sentimento di segno opposto. Sentivo, infatti, parlare sempre di amore e bontà, ma quell’amore e quella bontà non riuscivo a vederli nelle persone che mi circondavano. Sentivo parlare di gioia ma, intorno a me, vedevo soltanto volti malinconici e tristi. Con il tempo capii che le belle parole che ascoltavano lì non influivano minimamente sulla loro vita. «Non di solo pane vive l’uomo» aveva detto Gesù, ma loro sembravano proprio vivere solo di pane. Nel mio cuore c’era altro, il mio cuore cercava altro. Così al tempo delle medie, cominciai a ribellarmi. “Non vuoi più bene a Gesù” bisbigliò una domenica mia madre. “E’ proprio perché gli voglio bene che non vengo più”. Parlai in lungo e in largo del mio disagio, del fatto che, sebbene si parlasse sempre di amore e di gioia, io quella gioia e quell’amore non li vedevo da nessuna parte, non c’erano neppure nei loro volti, nei loro gesti; non volevo ridurmi a sentirmi buono soltanto perché avevo allungato una moneta a un povero o perché avevo raccolto la carta stagnola per i bambini che muoiono di fame in Africa. “O sono buono sempre – e vivo il bene – o non lo sono mai. O tutto è amore, oppure niente è amore. Non può esistere l’amore a comando, l’amore a pezzetti. Non può essere un vestito che indosso quando mi fa comodo”.

Queste parole sono tratte dall’undicesimo capitolo del libro di Susanna TamaroPer sempre”. Il protagonista si racconta e ritorna con i ricordi alla sua infanzia. Ma quanti adulti di oggi potrebbero ripetere queste parole. Quanti,  pur dicendo di credere, hanno scelto di “non frequentare” più.

Quanto lo stile di vita del cristiano incide sulle scelte di fede degli altri ci viene confermato da queste parole! E’ per questo che ciascuno deve nella comunità, per la sua parte, sentirsi responsabile della fede dei piccoli.

Molti pensano che il catechismo riguardi soltanto il bambino e il catechista! Il catechismo è molto più. Miglior catechismo è la testimonianza e la coerenza degli adulti.

I primi a porsi molte domande sono proprio i catechisti che in questi anni hanno cercato ed elaborato nuovi modi e stili per incontrare i bambini, affinché il catechismo diventi davvero l’Incontro.  Ma la strada è ancora lunga. E’ essenziale lasciar emergere le domande che nascono in loro. A volte i testi biblici stimolano i bambini a fare altre domande sulla complessità della vita, e forniscono l’occasione di camminare insieme per trovare delle aperture, o per tranquillizzarsi. Si tratta soprattutto di far scoprire che la fede non significa soltanto sapere delle cose su Cristo, ma è un modo di vivere con lui giorno dopo giorno. Il catechismo si vive e i metodi pedagogici del catechismo si sono radicalmente evoluti. I bambini dagli 8 ai 13 anni hanno il gusto della sperimentazione e oggi vengono molto sviluppate le attività di gioco collettivo. Se i suoi obiettivi sono ben definiti, il gioco può diventare un luogo speciale di evangelizzazione e di rivelazione di sé, degli altri e di Dio.

E’ importante che le famiglie decidano di mandare i loro figli a catechismo con convinzione, anche con tutta la fatica che questo comporta nella già difficile organizzazione familiare. Può essere anche l’occasione per scuotere  le proprie certezze, perché l’esperienza dei figli diventi anche la propria, riaprendo o rimotivando un percorso di fede personale che aiuti a dare ogni giorno un senso in più al nostro difficile vivere di oggi e un valore in più a tutto ciò che ogni mattina, pomeriggio e sera facciamo per noi, per la nostra famiglia e per gli altri.

La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede.” (Eb 11,1). In questo tempo estivo queste parole della Lettera agli Ebrei sono echeggiate in tutte le nostre chiese. La fede è fondamento di ciò che si spera. Ne scaturisce una domanda: ma noi cosa speriamo per noi e per i nostri figli? Il desiderio di felicità è spesso confuso nel desiderio di raggiungere mille traguardi. “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?”  (Mt 6,26). Perché farci tante preoccupazioni? Questo atto di fiducia, che Gesù esige, è anche una lezione di saggezza. Troppo spesso, con il pretesto di preparare l’avvenire, noi non viviamo più. Gesù è un maestro, non di noncuranza, ma di pacifica serenità. Nel desiderio e nello sforzo di costruirci un domani che speriamo sia migliore, rinunciamo a vivere l’oggi.

La testimonianza dei nostri giovani di ritorno dalla Colombia un anno fa, come di tutti coloro che hanno vissuto esperienze  analoghe, ci raccontano di popolazioni, famiglie, persone, che nella povertà e nella fatica di conquistarsi un pasto al giorno, sono capaci di relazioni autentiche, di aiutarsi reciprocamente come possono, di donare sorrisi a chi incontrano. Ma sorrisi veri, autentici che nascono dal cuore semplicemente per la gioia dell’incontro.

Il protagonista del libro già da bambino se ne era reso conto: quando testimoniamo con la nostra vita che crediamo alle parole di Gesù “non di solo pane vive l’uomo”, se tutte le nostre ore sono regolate da altro?

Chiediamo allora di camminare con tutta la comunità per far conoscere il volto luminoso di Cristo.

Il bambino è invitato alle celebrazioni liturgiche, affinchè la sua giovane fede si radichi in quella della Chiesa. È importante che i bambini possono incontrare i cristiani che si riuniscono per la messa domenicale. Ma è indispensabile che i cristiani che incontrano sappiano con il loro sorriso raccontare la bellezza di  seguire Gesù. Sarebbe bello sapere che nessun bambino, per causa nostra, dirà “E’ proprio perché Gli voglio bene che non vengo più”.

Anna Lizzi

annalizzi66@gmail.com


1 commento

  1. Samantha ha detto:

    Grazie, Anna!! Il brano della Tamaro sembra parlare proprio del mio vissuto dagli 11 ai 20 anni e le tue riflessioni sono così semplici, così delicate eppure incisive e centrate che è come se avessi concluso il ciclo del mio riavvicinamento.. Grazie!

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